La cura familiare tra conflitto e Costituzione

Teresa Andreani Carocci*

31 agosto 2026, Pietralata, quartiere della periferia est di Roma. Luca e Valentina, genitori di Bianca, una bambina portatrice di una grave disabilità, sono ritrovati senza vita nella loro abitazione. Si tratta di un tragico caso di omicidio-suicidio, l’ultimo dell’anno, che racconta la solitudine dei caregiver familiari in Italia, schiacciati dal peso delle responsabilità di cura e da un profondo senso di abbandono da parte delle istituzioni.

Questi drammatici fatti ci costringono a un confronto diretto, senza filtri, con la dimensione conflittuale della cura familiare. L’immagine più rappresentativa della durezza della vita quotidiana è quella del caregiver familiare come io trasparente, costretto a sospendere i propri bisogni e diritti per prendersi cura di un familiare non autosufficiente. Nonostante le trasformazioni demografiche e familiari, la familizzazione dei bisogni di cura individuali continua infatti ad essere elevata in Italia: ancora oggi, la povertà di servizi di cura accessibili, integrati ed efficaci rende la famiglia il principale, e spesso l’unico, luogo di cura. Da più di vent’anni sono attese, senza successo, risposte istituzionali adeguate. Non sorprende, quindi, che l’allarme sociale destato da questo episodio rafforzi l’urgenza di approvare la prima legge nazionale proposta dalla Ministra Locatelli, che è attualmente all’attenzione del Parlamento. 

A diversi giorni dall’accaduto, vale la pena soffermarsi su due aspetti che, nonostante la vivacità del dibattito pubblico, restano ancora nell’ombra: in che termini la cura familiare è conflittuale? E cosa afferma la Costituzione italiana a riguardo? Rispondere a queste domande è necessario se vogliamo che le future politiche di welfare siano più giuste e orientate all’impianto etico-giuridico tracciato dalla Costituzione.

Partiamo dal primo interrogativo. I femminismi rivelano che la cura familiare è conflittuale almeno per due ragioni. Innanzitutto, la natura del caregiving familiare. Prendersi cura significa compiere tutti i gesti necessari a preservare la qualità della vita dell’altro: per le teoriche della riproduzione sociale è un insieme di attività riproduttive che rimaste a lungo invisibili sul piano politico e giuridico. In quanto indispensabili al lavoro salariato, quindi, hanno il medesimo valore sociale. La cura genera, quindi, un primo scontro: quello tra sfera produttiva e riproduttiva. Se curare è un lavoro, non è certamente un lavoro qualsiasi: è soprattuto un lavoro dell’esserci, che esprime una pratica morale, affettiva ed emozionale, confermando la costitutiva relazionalità umana. Le etiche femministe della cura rivelano, quindi, una seconda tensione: quella tra la dimensione singolare e relazionale della persona.

La Costituzione Repubblicana, approvata nel 1948, offre risposte sorprendentemente attuali a queste dimensioni conflittuali della cura familiare. Innanzitutto, il principio lavoristico, all’articolo 1 della Carta, supera la divisione tra sfera produttiva e riproduttiva: il concetto costituzionale di lavoro, infatti, non comprende solo la dimensione reddituale, ma ogni attività socialmente rilevante al progresso della società. In questo senso, la Costituzione riconosce il caregiving familiare in quanto indispensabile funzione sociale. Allo stesso tempo, la Carta affronta anche la seconda tensione: l’articolo 2 riconosce e distingue la dimensione individuale della persona, riconoscendone i diritti, da quella relazionale che si esprime nelle formazioni sociali, attribuendole doveri. Se letto in questa chiave, quindi, anche l’articolo 29 assume un’altra coloritura: la famiglia non è da proteggere in quanto tale ma, diversamente, solo nella misura in cui è uno spazio relazionale che consente la fioritura delle personalità dei singoli.

La cura familiare è conflitto: rivela le tensioni irrisolte che attraversano il lavoro e le relazioni. La Costituzione non è un pezzo di carta: se colta nella sua straordinaria apertura semantica, può essere riscoperta come strumento per ripensare gli obiettivi dell’intervento pubblico, condividere le responsabilità di cura promuovendo relazioni di cura familiare non conflittuali. Ma in che modo perseguire questi obiettivi? L’incontro tra i femminismi e la Costituzione suggerisce una strada: quella del paradigma costituzionale dei diritti. Se il caregiving familiare è una relazione conflittuale tra soggettività distinte, quella di chi presta e quella di chi ha bisogno di cura, le istituzioni pubbliche non devono tutelare giuridicamente la funzione di cura familiare: al contrario, sono chiamate a riconoscere, promuovere e realizzare i diritti sia delle persone non autosufficienti che dei caregiver familiari. 

*Dottoranda in diritto alla Scuola Superiore S. Anna di Pisa

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