Renzo Carriero e Giulia Dotti Sani*
Nel 2022, una sentenza della Corte costituzionale (n. 131) ha segnato una svolta storica nel diritto di famiglia italiano: l’automatica attribuzione del cognome paterno ai figli è stata dichiarata incostituzionale. Da quel momento, i genitori possono scegliere liberamente se assegnare il cognome del padre, della madre o entrambi, nell’ordine preferito. Si tratta di una riforma dal forte valore simbolico, che tocca uno degli ambiti più radicati delle disuguaglianze di genere: la trasmissione del cognome di famiglia.
Ma cosa è cambiato davvero? E, soprattutto, perché – nonostante una maggiore libertà formale – il cognome paterno continua a dominare? Le ricerche sociologiche più recenti offrono alcune risposte, mostrando come le scelte sui cognomi siano il prodotto di un intreccio complesso tra norme sociali, valori individuali e vincoli pratici.
L’importanza del cognome
Il cognome non è un semplice dettaglio amministrativo. È una componente fondamentale dell’identità sociale: segnala appartenenza familiare, origine, relazioni di parentela. Per questo, storicamente, la sua trasmissione è stata tutt’altro che neutrale.
In gran parte delle società occidentali, Italia inclusa, la trasmissione patrilineare del cognome è stata la norma per secoli. Questa consuetudine riflette – e al tempo stesso rafforza – una struttura sociale in cui il potere simbolico e materiale è concentrato nella linea maschile. Come sottolinea la letteratura sociologica, la possibilità di trasmettere il proprio cognome è stata a lungo un privilegio maschile. In questo senso, l’introduzione del doppio cognome non è solo una questione tecnica, ma una potenziale leva di cambiamento culturale: rende visibile il contributo materno e mette in discussione una gerarchia simbolica profondamente radicata.
Tra cambiamento normativo e inerzia sociale
Nonostante la portata innovativa della sentenza del 2022, i dati mostrano che il cambiamento nei comportamenti è lento. In Italia, nel 2023 solo il 6,2% dei nuovi nati ha ricevuto un doppio cognome (ISTAT 2024). Anche in contesti urbani più dinamici, come Torino, la quota di doppi cognomi oscilla intorno al 13% dopo un iniziale aumento post-sentenza (Carriero 2024).
Questo scarto tra possibilità legale e pratiche effettive non deve sorprendere. Le norme sociali, soprattutto quelle legate alla famiglia, cambiano lentamente. Come mostrano gli studi sulla diffusione delle innovazioni, nuove pratiche si affermano solo quando diventano percepite come comuni e socialmente accettabili.
Nel caso dei cognomi, la regola del patronimico è talmente interiorizzata da risultare quasi “invisibile”: non viene percepita come una scelta, ma come la normalità. Solo quando si introduce un’alternativa – come il doppio cognome – questa normalità diventa oggetto di riflessione.
Chi vuole il doppio cognome?
Le preferenze degli italiani raccontano una storia più dinamica rispetto ai comportamenti. In un’indagine da noi svolta (Carriero e Dotti Sani 2025) su circa 3.000 individui, la propensione media verso il doppio cognome è piuttosto elevata (quasi 6 su una scala 0-10), e circa il 40% si colloca su valori molto favorevoli.
Tuttavia, questa apertura non è uniforme, e alcuni fattori risultano decisivi. Primo tra questi è il genere: le donne sono significativamente più favorevoli al doppio cognome rispetto agli uomini. Il motivo è intuitivo: per le donne, la possibilità di trasmettere il proprio cognome rappresenta un interesse diretto, mentre per gli uomini implica la condivisione di un privilegio storico. In secondo luogo, conta l’istruzione: le persone più istruite mostrano maggiore sostegno al doppio cognome. Ma questo effetto è particolarmente forte tra le donne: l’istruzione sembra rendere più consapevoli delle implicazioni simboliche della scelta. Anche l’orientamento politico ha un ruolo importante:chi si colloca a sinistra è più favorevole rispetto a chi si colloca al centro o a destra. Questo suggerisce che la questione del cognome si inserisce in un più ampio sistema di valori legati all’uguaglianza e ai diritti. Infine, ma non per importanza, un elemento cruciale è la percezione di ciò che fanno gli altri, cioè le norme percepite: più il cognome paterno è visto come la scelta “normale”, meno le persone sono inclini a sostenere alternative.
Perché non si sceglie il doppio cognome?
Se le preferenze sono relativamente favorevoli, perché il doppio cognome resta poco diffuso? Le risposte degli intervistati indicano che le motivazioni principali non sono principalmente ideologiche, ma pratiche. Tra le più citate si trova il timore di complicazioni burocratiche (34,5%); l’incertezza su quale cognome i figli trasmetteranno a loro volta (35,6%); e la lunghezza o scarsa “armonia” del doppio cognome (21,4%). Le ragioni legate alla tradizione – “si è sempre fatto così” (20,4%), “i figli hanno sempre avuto il cognome del padre” (24,3%) – sono meno frequenti, ma non irrilevanti. In particolare, risultano più diffuse tra persone con minore istruzione e orientamenti politici conservatori. Ciò che i dati suggeriscono quindi è che non esiste un’opposizione ideologica massiccia al doppio cognome. Piuttosto, esiste una combinazione di inerzia culturale e incertezza pratica.
Il peso delle norme sociali
Per comprendere fino in fondo queste dinamiche, è utile ricorrere alla teoria delle norme sociali. Secondo questa prospettiva, le persone tendono a conformarsi a una regola non solo perché la ritengono personalmente giusta, ma anche perché credono che gli altri la seguano (aspettative empiriche) e la approvino (aspettative normative).
Gli esperimenti condotti nelle nostre ricerche mostrano un risultato chiaro: ciò che conta di più non è tanto quello che gli altri pensano sia giusto, ma ciò che fanno realmente.
Quando gli individui immaginano un contesto in cui “la maggior parte delle persone” adotta il doppio cognome, la loro propensione a sceglierlo aumenta significativamente. Al contrario, sapere che gli altri lo approvano ma non lo praticano ha un effetto molto più debole. Questo risultato implica che il cambiamento delle pratiche dipende in larga misura dalla visibilità dei comportamenti. In altre parole: più il doppio cognome diventa visibile e diffuso, più sarà percepito come normale – e quindi adottato.
Il paradosso del cognome materno
Un altro risultato interessante riguarda il confronto tra diverse alternative. Quando agli intervistati viene chiesto di scegliere tra cognome paterno, materno o doppio, emerge un dato netto: il cognome materno da solo è raramente scelto. Anche quando il doppio cognome è lungo o potenzialmente scomodo, la maggior parte delle persone preferisce comunque includere il cognome paterno piuttosto che rinunciarvi. Questo dato rivela la forza simbolica della linea paterna. Il doppio cognome è accettato perché rappresenta un compromesso – riconosce anche la madre senza eliminare il padre. Il cognome materno esclusivo, invece, appare come una rottura troppo radicale della norma — o forse altrettanto iniquo di quello paterno.
Disuguaglianze e contesto sociale
Anche per quanto riguarda i comportamenti effettivi, le scelte sui cognomi non sono distribuite casualmente nello spazio sociale. I dati amministrativi infatti mostrano che il doppio cognome è più diffuso tra coppie non sposate; tra persone con livelli di istruzione più elevati; in contesti urbani più benestanti; e in aree politicamente meno orientate a destra. Particolarmente interessante è il caso delle coppie miste: quando la madre è italiana e il padre straniero, il doppio cognome è molto più frequente. In questo caso, il cognome diventa anche uno strumento di negoziazione identitaria, che permette di segnalare una doppia appartenenza e, forse, di attenuare possibili discriminazioni.
Una rivoluzione lenta (ma possibile)
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di una trasformazione in corso, ma ancora incompleta. La riforma del 2022 ha aperto uno spazio di scelta, ma non ha (ancora) scardinato la norma dominante. Perché il cambiamento si consolidi, sono necessarie almeno due condizioni. Primo, una maggiore chiarezza normativa. L’assenza di una legge attuativa genera incertezza e rafforza le resistenze pratiche. Secondo, un cambiamento delle aspettative sociali. Rendere visibile il fatto che sempre più famiglie scelgono il doppio cognome può contribuire a normalizzarlo.
Oltre il simbolo
Resta una domanda di fondo: il doppio cognome può davvero contribuire alla parità di genere? Da un lato, si tratta di un cambiamento simbolico. Non incide direttamente sugli ambiti della vita quotidiana in cui la disuguaglianza di genere si manifesta maggiormente, come la divisione del lavoro domestico e di cura o le disuguaglianze nel mercato del lavoro. Dall’altro, però, i simboli contano: contribuiscono a definire ciò che è considerato normale, giusto, legittimo. In questo senso, il cognome non è solo un’etichetta. È un dispositivo culturale che rende visibili – o invisibili – le relazioni di potere. Se il cognome paterno esclusivo continuerà a essere la norma, anche il ruolo del padre come principale riferimento nel riconoscimento pubblico dei figli resterà intatto. Se invece il doppio cognome si diffonderà, potrà contribuire – insieme ad altri cambiamenti – a ridefinire le aspettative di genere.
In conclusione, la questione del cognome dei figli potrebbe sembrare marginale, ma in realtà tocca un nodo centrale: il riconoscimento simbolico dell’uguaglianza tra uomini e donne. Le ricerche mostrano che gli italiani sono più aperti di quanto si pensi, ma anche che le norme sociali hanno ancora un forte peso. Cambiare la legge è necessario, ma non sufficiente. Serve anche cambiare ciò che consideriamo normale. In fondo, la domanda non è solo “quale cognome dare ai figli”, ma “quale idea di famiglia – e di uguaglianza – vogliamo rendere visibile nella società”.
Riferimenti e letture per approfondire:
Cristina Bicchieri (2016). Norms in the wild: How to diagnose, measure, and change social norms. Oxford: Oxford University Press.
Renzo Carriero (2024). La diffusione del doppio cognome a Torino, Working Paper CLB-CPS, 1/2024.
Renzo Carriero, Giulia M. Dotti Sani (2025). Who Wants the Double Surname in Italy? An Empirical Analysis of Preferences and Behaviors, Polis, Ricerche e studi su società e politica, 3/2025, 349-373, DOI: 10.1424/118537
Renzo Carriero, Giulia M. Dotti Sani, Riccardo Ladini e Francesco Molteni (2026). Social norms and intentions to adopt double surnames in Italy: evidence from two survey experiments. Genus, online first
DOI: 10.1186/s41118-026-00286-3
Roberto Bizzocchi (2014). I cognomi degli italiani. Una storia lunga 1000 anni. Roma-Bari, Laterza
ISTAT (2024). Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2023. Roma: ISTAT
*Professore associato di Sociologia Generale presso il Dipartimento di Culture, Politiche e Società dell’Università di Torino; Professoressa Associata di Sociologia Generale presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano.


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