Beate Sirota: alla scoperta di una “madre costituente” nel Giappone del 1946

Tania Groppi*

Beate Sirota Gordon non è un nome particolarmente familiare ai costituzionalisti e alle costituzionaliste italiane. Tuttavia, la sua autobiografia, “The Only Woman in the Room. A Memoir of Japan, Human Rights and the Arts” (Chicago University Press, 1997), merita di essere letta e riscoperta, in un’epoca nella quale la riflessione sul ruolo delle donne nei processi costituenti è divenuta un aspetto centrale degli studi sull’impatto di genere sul costituzionalismo.

L’assenza o la scarsa rappresentanza delle donne nel constitution-making è nota, e si protrae fino ai nostri giorni. Dopo il pionieristico tentativo dell’Assemblea Nazionale di Weimar (Verfassunggebende Deutsche Nationalversammlung,nella quale le donne erano 41 su un totale di 423 seggi), e la peculiare vicenda delle Cortes Constituyentes della Seconda Repubblica spagnola (sulla quale v. Itzíar Gómez Fernández: le donne non avevano diritto di voto, ma potevano essere elette; su 479 deputati, 3 donne, tra cui spicca Clara Campoamor, furono elette da un elettorato esclusivamente maschile), le esperienze del Secondo dopoguerra non hanno portato significativi passi avanti. All’allargamento alle donne dell’elettorato attivo e passivo non ha corrisposto una svolta analoga nella rappresentanza. Emblematica a questo riguardo resta l’Assemblea costituente italiana, con le sue 21 donne su 556 deputati. Per non parlare delle “madri costituenti” tedesche, ovvero le sole 4 donne tra i 70 membri del  Parlamentarischer Rat, scelti dai parlamenti dei Länder per scrivere la Costituzione di Bonn del 1949. Nelle Cortes costituenti spagnole, nel 1978, le donne erano 21 deputate (su 350) e 6 senatrici (su 248). Dal 1990 al 2015, 75 Paesi hanno avviato processi costituenti nell’ambito della transizione da regimi autoritari alla democrazia: tuttavia, le donne hanno rappresentato soltanto il 19% dei componenti delle assemblee costituenti. La Convención constitucional cilena del 2021-2022, una assemblea Costituente paritaria, resta una eccezione, che non ha trovato, per ora, imitatori, se non nella tappa successiva (e altrettanto fallimentare), del processo costituente dello stesso paese (2022-2023).

In questo quadro, la scrittura della Costituzione giapponese, promulgata dall’Imperatore il 3 novembre 1946, entrata in vigore il 3 maggio 1947 e destinata a restare immutata fino ai nostri giorni, spicca per la sua unicità (v. Akiko Ejima, 2023). Come è noto, il testo finale, benché formalmente risulti introdotto da una iniziativa del governo giapponese e approvato dalla Dieta secondo la procedura prevista dalla Costituzione Meij per la sua revisione, riproduce quasi totalmente quello elaborato dalle forze americane di occupazione (ovvero dal team dello SCAP: Supreme Commander for the Allied Powers, il generale Douglas Mac Arthur). Ed è proprio sul decisivo momento della redazione del draft destinato a tramutarsi nella costituzione che guiderà il paese per decenni, diventando la base della sua identità costituzionale, che il volume di Beate Sirota getta una luce speciale. Non si tratta tanto di discettare sulla possibilità di individuare il radicamento della costituzione in un “we the people” di qualche sorta, né di cercare di rivelare, come fanno gli storici, anche sulla base dei più recenti documenti di archivio, quale sia stato l’effettivo processo di scrittura, ad esempio per verificare che ruolo abbiano giocato gli esperti giapponesi nell’ambito di una costituzione che resta essenzialmente eterodiretta. Ma di aprire uno spiraglio sul contributo umano, ovvero di singoli individui, in particolare donne, alla scrittura delle norme costituzionali. Individui a loro volta “situati”, cioè portatori di esperienze radicate in un contesto culturale e collettivo che li ha plasmati e che si riversano, per il loro tramite, nelle norme giuridiche.

Beate Sirota – Gordon è il cognome del marito, conosciuto proprio in Giappone nell’immediato dopoguerra, anche lui membro dello staff di traduttori  dello SCAP – arriva nella Tokyo distrutta dai bombardamenti la vigilia di Natale del 1945: è una giovane donna di 22 anni, figlia di un famoso pianista nato a Kiev in una famiglia ebraica, che ha raggiunto il grande successo nella Vienna di inizio secolo, per poi trasferirsi in Giappone con la moglie e la bambina nel 1929, accettando un incarico di prestigio. Il primo capitolo del libro, che descrive il ritorno a Tokyo dopo cinque anni, la febbrile ricerca dei genitori tra le macerie della guerra, la miseria, la fame, gli orti improvvisati dovunque, si intitola non a caso “Homecoming”. Per Beate, il Giappone è “casa”. È lì che è cresciuta, accudita dalla sua governante giapponese, Mio-san, è lì che si è immersa nella lingua e nella cultura locali, frequentando gli ambienti più diversi, dalle élite urbane ai bambini della casa di campagna. La partenza per studiare negli Stati Uniti, nel 1939, dovuta principalmente alla situazione geopolitica deteriorata, è stata vissuta da Beate con grande difficoltà, e la nostalgia per il Giappone non l’ha mai abbandonata. Rimasta bloccata negli USA durante la guerra, una serie di fortunate coincidenze la portano a lavorare al monitoraggio delle emittenti radio giapponesi e alla produzione di trasmissioni in giapponese per the Voice of America: con questo curriculum, finita la guerra, può candidarsi per un posto per la nuova amministrazione del Giappone occupato, guidata da Mac Arthur, e fare finalmente ritorno a casa.

 Ed è qui che la giovane Beate si trova coinvolta nella frenetica scrittura del primo draft della nuova costituzione. La sua testimonianza risuona viva, spontanea e naturale nel capitolo centrale del volume, che come un diario descrive gli eventi e le sensazioni, giorno per giorno, a partire dal freddo lunedì 4 febbraio 1946, quando all’improvviso tutti i componenti della Government Section vengono chiamati a scrivere, in segreto, in pochissimi giorni, il testo di una costituzione moderna e democratica per il Giappone, sulla base di pochi principi indicati da Mac Arthur: la monarchia costituzionale; il rifiuto della guerra; la fine del sistema feudale. Senza nessuna esperienza giuridica, con studi di scienze sociali, forte soltanto della sua conoscenza della lingua e della cultura giapponesi, le viene assegnato il compito di redigere gli articoli sui diritti delle donne, con queste testuali parole: “You’re a woman: why do not you write the women’s rights section?” (p. 106). “The only woman in the room”, appunto: la sola donna ad essere coinvolta nella fase iniziale della stesura del progetto (successivamente, nella Dieta, la presenza delle 39 donne, su 466 membri, contribuì a difendere le norme sull’eguaglianza tra i sessi).

In una Tokyo grigia e fredda, a un certo punto avvolta da una tempesta di neve, le giornate si snodano tra testi dattiloscritti, corretti e riscritti centinaia di volte, copie su copie in carta velina, misere razioni di cibo in scatola, ambienti densi di fumo di sigarette, occhi arrossati e notti insonni. In assenza di indicazioni più precise da parte di Washington, che pur ritenendo essenziale l’inserimento dei diritti delle donne non aveva però dato dettagli, il lavoro di Beate si svolge secondo due principali linee direttrici.

Da un lato, c’è il diritto comparato. “What kind of provisions would be necessary to secure the rights of Japanese women? It struck me at once that the best approach to the problem would be to read other constitutions”. Riconosciuta l’inutilità della Costituzione americana, silente su questi temi, sorge la necessità di procurarsi volumi di diritto costituzionale straniero e i testi di altre costituzioni, come quella di Weimar, della Francia, dei paesi scandinavi e dell’Unione sovietica. Grazie a un rapido giro su una jeep militare nelle biblioteche superstiti, e alla sua padronanza di cinque lingue europee, Beate riesce a rifornire tutto il team della Government Section di preziose fonti di ispirazione.

Dall’altro c’è l’esperienza personale, la conoscenza della società giapponese e, soprattutto delle donne. La lettura delle costituzioni straniere è accompagnata da interrogativi che attraversano la mente di Beate: “ While I read, I tried to imagine the kinds of changes that would  most benefit Japanese women…I went through my notes and I underlined the points I believed it would be essential to spell out: equality in regards to property rights, inheritance, education and employment, suffrage; public assistance for expectant and nursing mothers as needed (whether married or not); free hospital care; and marriage with a man of her choice” (p. 108).

Partendo dalla frase iniziale che batte sulla sua macchina Underwood, “Men and women are equal human beings”, è immediato il passaggio alla eguaglianza nella famiglia, traendo ispirazione principalmente dalla Costituzione di Weimar e subito dopo, sempre sulla base di Weimar e della Costituzione sovietica, ai diritti sociali; ovvero all’obbligo per lo Stato di supportare con politiche sociali le donne, le famiglie, i bambini. Il lavoro di scrittura è intercalato dai ricordi: ricordi di bambini poveri e senza diritto all’istruzione, di donne abbandonate in miseria dai mariti, di persone senza assistenza sanitaria, di bambini lavoratori, di figli illegittimi. Il testo che emerge è lungo e dettagliato: “As a woman, I felt that my participation in the drafting of the new Japanese Constitution would be meaningless if I could not get women’s equality articulated and guaranteed with similar precision” (p.110).

Grande è la delusione di Beate quando la maggior parte degli articoli che ha redatto (tranne quello sul principio di eguaglianza nella famiglia, l’attuale art. 24 della Costituzione giapponese) non superano l’obiezione di fondo dello Steering Committee formato da tre militari dell’amministrazione americana: “Concrete measures of this sort may be valid, he said, but they are too detailed to put into a constitution…The details should be written in statutes”. La sua difesa del dettagliato testo sui diritti sociali delle donne e dei bambini è proprio basata sul timore dell’inerzia del legislatore: “I argued that the bureaucrats who would be assigned to write those statutes for the Civil Code would undoubtedly be so conservative they could not be relied on to extend adequate rights to women. The only safeguard was to specify these rights in the constitution” (p. 115). La discussione si sviluppa immediatamente sulle potenzialità transformative della costituzione. “We have the responsibility to effect a social revolution in Japan, and the most expedient way of doing this is to force through a reversal of social patterns by means of the Constitution” è l’argomento di Beate e dei suoi colleghi. “You cannot impose a new mode of social thought on a country by law” è la posizione dello Steering Committee, nel procedure ai tagli. “With each cut, I felt they were adding to the misery of Japanese women” (p.116).

Come ha scritto di recente la costituzionalista giapponese della Meij University Akiko Ejima, “Sirota ’ s contribution is a good example of how a woman non-jurist with a critical mind and a sense of justice and empathy can offer a prescription for resolving the legal problems other women encounter. Moreover, it is noteworthy that she did not merely rely on foreign constitutions. Instead, she used foreign constitutions as a guide. The setting of priorities and substance of her writing came from the identification of the problems of Japanese women and based on her experiences, observations and conversations.”

Un contributo che non rileva soltanto per il diritto costituzionale giapponese: la testimonianza di Beate Sirota ci offre un esempio, meno conosciuto, che si affianca a quelli di altre “madri costituenti”, impegnate in prima persona nella difesa dei diritti delle donne e, più in generale, nella lotta contro le gerarchie e a sostegno dei più deboli. Capaci di incidere, grazie alla loro empatia e tenacia, sui processi costituenti, sia pure in organi a limitata presenza femminile: a riprova che la quantità non è tutto, e che la qualità delle persone resta determinante. Figure ispiratrici, delle quali, in un’epoca di “abusive feminism”, abbiamo più bisogno che mai.

*Professoressa ordinaria di Diritto costituzionale e pubblico, Universitá di Siena

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