Criticità per una difesa comune europea

Non esiste ancora una politica estera comune e, di conseguenza neanche una politica di difesa comune ma la guerra in Ucraina ha determinato una nuova necessità e nuovi passi verso una maggiore integrazione europea. Dopo che 25 Paesi dell’Unione hanno aderito ad una cooperazione strutturata permanente (PESCO) non sembra vi siano stati noti progressi in materia. Si è così riaperta l’annosa questione di una difesa comune europea, come realizzarla e in quali tempi. Il Presidente Mattarella nella recente visita in Polonia ha affermato che l’Unione non deve essere una somma di interessi nazionali ed è noto agli studiosi come la Polonia (come altri Paesi di Visegrad) tendano ad affermare progetti nazional-sovranisti. Bisognerebbe invece tendere ad una maggiore integrazione e ad arrivare ad una strategia comune europea. Il Presidente ha affermato che mettendo insieme il rafforzamento delle risorse per le spese militari dei singoli Paesi dell’Unione si arriverebbe ad una massa critica superiore a quella dei nostri competitori e ciò costituirebbe un “volano ineguagliabile anche a vantaggio della NATO… perché sicurezza Eu e sicurezza Atlantica sono concetti indivisibili per potersi difendere insieme con determinazione”.

– Quali passi si dovrebbero realizzare per un progetto reale di difesa comune?

– Esercito comune o Coalition of Willings, o, ancora, coordinamento efficiente delle strutture nazionali?

– Difesa anche aerospaziale e Cybersecurity: quali prospettive?

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Giovanni Cavaggion - Ricercatore di Istituzioni di Diritto pubblico, Università degli Studi di Milano
Giovanni Cavaggion - Ricercatore di Istituzioni di Diritto pubblico, Università degli Studi di Milano
5 mesi fa

La scelta tra il modello della “coalition of the willing” e quello di un vero e proprio esercito comune è carica di implicazioni, nella prospettiva costituzionale e multilivello, per il futuro dell’integrazione europea.
L’opzione per una difesa europea fondata su di una “coalition of the willing” (termine che ha iniziato a prendere piede, a quanto consta, all’inizio del nuovo millennio, con riferimento al possibile intervento armato in Iraq da parte di un’alleanza di Paesi guidata dagli Stati Uniti d’America), sarebbe indicativa di un modello di integrazione ancora lontano da una reale costituzionalizzazione dell’Unione. La partecipazione al progetto di difesa europea su base volontaria e “asimmetrica”, limitata a solo alcuni degli Stati membri (gli Stati, appunto, “willing”), ricalcherebbe infatti gli schemi tipici delle organizzazioni internazionali, espressione del principio unanimistico e del metodo intergovernativo che storicamente hanno frenato l’integrazione europea nel campo della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC).
Al contrario, l’opzione per un vero e proprio esercito comune europeo (sul tavolo, se non altro in forma embrionale, già a partire dal tentativo di dar vita alla Comunità Europea di Difesa, o CED) sarebbe invece indicativa di un modello di integrazione che punta in modo più deciso verso la costituzionalizzazione dell’Unione europea. Un esercito comune e un comune approccio alla materia della difesa sono, del resto, elementi essenziali per qualsiasi Stato federale, e involgono la questione cruciale dell’esercizio della sovranità (nella declinazione dell’uso legittimo della forza). Un approccio solidarista all’integrazione europea e lo sviluppo della cittadinanza europea nella prospettiva del superamento della sua natura transnazionale (e dunque un’integrazione europea che sia non solo economica, ma anche politica, costituzionale e culturale) esigerebbero certamente l’istituzione di un comune vincolo di difesa dei valori fondanti della tradizione costituzionale europea (cui aderiscono gli Stati membri) laddove essi dovessero essere aggrediti (in prospettiva non dissimile da quella prescritta a livello nazionale, per i valori repubblicani, dall’articolo 52 Cost.).
Dal punto di vista costituzionale, la via della coalizione (o cooperazione) “asimmetrica” presenterebbe forse minori criticità, consentendo a ciascuno Stato membro di calibrare il proprio apporto alla difesa comune europea sulla base di ciò che è prescritto dalla propria Costituzione nazionale. Si pensi ad esempio a casi, come quello dell’Italia, in cui la Costituzione nazionale limiti grandemente la possibilità di fare ricorso alla “guerra” (il riferimento è al cosiddetto “principio pacifista” di cui all’articolo 11 Cost.). E infatti, le “coalition of the willing” sono state sovente caratterizzate dalla partecipazione di contingenti militari nazionali che seguivano “regole di ingaggio” diverse a seconda del Paese di provenienza (il che rappresenta tuttavia, allo stesso tempo, un limite alla effettiva efficacia di tali operazioni).
L’istituzione di un esercito comune europeo, per converso, richiederebbe indubbiamente rilevanti revisioni costituzionali ai livelli nazionali degli Stati membri (ma questo sarebbe il caso, del resto, per ogni passo verso l’istituzione di una entità statuale federale europea).
A prescindere dalla strada che si deciderà di percorrere, appare in ogni caso auspicabile una partecipazione italiana, a cui non sembra ostare la Costituzione repubblicana. Sembra difficile, infatti, immaginare che l’integrazione europea della difesa possa assumere una forma confliggente con il principio fondamentale di ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali di cui all’articolo 11 Cost., posto che proprio l’articolo 11 Cost. rappresenta, secondo la nota giurisprudenza costituzionale in materia, il fondamento della partecipazione italiana all’Unione europea, istituzione nata precisamente per il fine di promuovere il valore fondamentale della pace (e che è riuscita sostanzialmente a garantire la pace nel continente dopo le due Guerre Mondiali).
Nel breve periodo, nel quadro politico attuale, revisioni costituzionali (e dei Trattati) quali quelle che sarebbero richieste per dare vita a un esercito comune europeo sembrano da escludersi. Una soluzione “a Trattati invariati” potrebbe certamente essere, allora, quella di un maggiore coordinamento tra le difese degli Stati membri, strada che è stata peraltro già intrapresa dall’Unione, come testimoniato dalla cooperazione strutturata permanente in materia di sicurezza e difesa (PESCO), a cui aderiscono 26 Stati membri, ovvero dalla recente “Bussola strategica” europea.
Nondimeno, la questione della creazione di un vero e proprio esercito europeo per la difesa comune appare destinata a mantenere (e, anzi, accrescere) la propria rilevanza se, come auspicabile, il processo di costituzionalizzazione dell’Unione è destinato a proseguire negli anni che verranno.