*Francesca Rescigno
“…libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.” (Purgatorio, I, vv.71-72)
Nel primo pomeriggio di Lunedì 17 Novembre è stata lanciata la notizia della morte delle gemelle Alice ed Ellen Kessler, icone di un’Italia che non esiste più, rappresentanti della storia del varietà e della televisione italiana, quella televisione garbata in bianco e nero di cui oggi si sta perdendo la memoria anche se, a onor del vero, le bravissime soubrette avevano continuato anche recentemente a deliziarci con qualche breve apparizione in alcuni programmi televisivi. Le gemelle erano tornate in Germania dalla metà degli anni ’80, vivevano a Grünwald in Baviera in due case comunicanti, separate solo da una porta scorrevole. La loro ultima apparizione in pubblico risale allo scorso 24 ottobre, in occasione della premiere dello spettacolo ARTistART del circo professionale tedesco Roncalli a Monaco di Baviera.
Ci si può domandare cosa colpisca di queste donne tanto da ricordarle in un blog che tratta di diritto? La vita di Alice ed Ellen non era stata solo lustrini e paillettes: giovanissime, nel 1954, erano scappate dalla Germania Est, usando un visto turistico per trasferirsi a Düsseldorf. Il legame tra i genitori era stato difficile e la madre aveva subito maltrattamenti, e proprio questa situazione di violenza ebbe un impatto determinante sulla crescita delle due donne. La fuga fu una svolta importante, permettendo loro di iniziare una carriera di successo a Parigi dove si unirono alle Bluebell Girls. Successivamente si trasferirono in Italia dove divennero famosissime grazie alla loro partecipazione a show televisivi di successo come Giardino d’inverno e Studio Uno. Insomma, due donne libere e indipendenti.
Le Kessler hanno sempre dichiarato di non aver mai sentito l’esigenza del matrimonio e nemmeno quella di avere figli. In più interviste hanno spiegato che la loro infanzia e il modello familiare osservato da bambine avevano contribuito a plasmare questa scelta.
L’infelice matrimonio della madre, la durezza del padre, aver iniziato a lavorare giovanissime, le avevano portate a maturare la convinzione che la libertà individuale, la libertà di scegliere il proprio percorso di vita, la centralità della carriera artistica e il forte legame reciproco fossero elementi prioritari.
E sono proprio la libertà e l’indipendenza delle gemelle Kessler a renderle perfette per una riflessione su questo blog. Le gemelle, spiriti liberi, avevano dovuto confrontarsi con i rigidi regolamenti interni della Rai che tra gli anni ‘50 e ’60 disciplinavano (tra l’altro) l’abbigliamento per i programmi televisivi, soprattutto per le donne (erano gli anni della censura tout court, anni in cui anche solo una battuta era foriera di licenziamento come accadde al duo Tognazzi-Vianello allontananti nel 1959 da Uno due e tre a causa di una gag irriverente nei confronti dell’allora Presidente della Repubblica Gronchi). Il codice di condotta, anche se non sempre formalizzato in documenti pubblici, prevedeva sobrietà e rispetto per la morale tradizionale, vietando qualsiasi gesto, parola, atteggiamento o abbigliamento giudicato indecente o provocante. In particolare, era vietato mostrare gambe nude o troppo scoperte, ritenute suscettibili di turbare il pubblico e contrarie ai valori allora prevalenti. La Rai agiva sia per tutelare la moralità pubblica sia per conformarsi alle pressioni politiche e religiose dell’Italia democristiana. Così le c.d. ‘gambe della nazione’ si videro costrette ad indossare pesanti e scure calze coprenti per non sconvolgere la tranquillità degli italiani e non dare un cattivo esempio alle italiane (l’obbligo delle calze iper-coprenti rimase per quasi tre anni, quando finalmente vennero autorizzate a indossare calze di nylon trasparenti). Malgrado ciò il celebre balletto della sigla del varietà Studio Uno con il noto ‘Da-da-unpa’le rese famose e desiderabili, a dimostrazione che non esistono calze abbastanza coprenti per imbrigliare la libertà.
Le Kessler hanno rifiutato il modello della ‘donna angelo del focolare’ ed anche ‘l’essenziale funzione familiare’ ascritta alla donna lavoratrice dalla nostra Carta costituzionale, si sono realizzate senza un uomo al loro fianco e senza intraprendere la strada della maternità, scegliendo un percorso di libertà ed indipendenza rispetto ai legami familiari, senza al contempo criticare le donne che operavano scelte differenti, dimostrandosi sempre rispettose, garbate, libere.
La libertà delle gemelle ha trovato il suo apice nella scelta di andarsene insieme, con grazia e riservatezza, accedendo al suicidio assistito in un Paese che laicamente e democraticamente riconosce (almeno in parte) il diritto all’autodeterminazione per porre fine ad una vita non più considerata dignitosa. È stata una pronuncia del Bundesverfassungsgericht del 26 febbraio 2020 a depenalizzare il suicidio assistito, dichiarando incostituzionale la norma che lo proibiva. La sentenza ha stabilito che debba esserci “margine sufficiente affinché un individuo possa esercitare il proprio diritto a una morte autodeterminata” e decidere di “porre fine alla propria vita secondo i propri termini”. La Corte Costituzionale tedesca ha anche specificato che nessuno può essere obbligato a favorire un suicidio assistito, lasciando al Parlamento la facoltà di disciplinare nel dettaglio la questione del fine vita. Il ricorso al suicidio assistito in Germania al momento è quindi consentito solo ai maggiorenni, dotati di capacità giuridica che dimostrino di “agire responsabilmente e di propria spontanea volontà”. L’atto concreto deve essere effettuato direttamente dal soggetto che intende porre fine alla propria vita, altrimenti si tratterebbe di ‘eutanasia attiva’, ipotesi al momento non consentita. Quindi, sebbene sia il medico a preparare l’infusione, sarà il paziente a girare la valvola e a iniettarsi il mix di medicinali.
Secondo i dati di Deutsche gesellschaft für humanes sterben (Dghs), una delle più grandi associazioni tedesche per i diritti civili e la tutela dei pazienti, nel 2024 in Germania ci sono stati circa 1200 casi riconducibili al suicidio assistito.
La notizia della scomparsa delle gemelle ha inevitabilmente acceso i riflettori sulla loro scelta di autodeterminazione, scelta che ha subito indotto il Presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia, Antonio Brandi, a rilasciare dichiarazioni contrarie molto nette affermando: “Raccontare il suicidio delle Kessler come una scelta di libertà è un tragico errore che spingerà verso il baratro migliaia di cittadini fragili e di loro familiari che ogni giorno combattono contro la tentazione di farla finita”, e ancora “dopo una carriera di successi che ha rallegrato la vita di milioni di persone, l’esistenza delle gemelle Kessler non doveva finire così. In una società davvero umana, nessuna vita dovrebbe finire così …le gemelle Kessler si aggiungono alla lunga e triste schiera di persone indotte a uccidersi dalle leggi sul suicidio assistito prodotte da una società malata, incapace di includere e valorizzare fino in fondo ogni persona anche nelle fasi più precarie dell’esistenza, preferendo invece offrire la morte come soluzione più economica e sbrigativa”. Il Presidente Brandi può stare tranquillo perché vive in un Paese dove l’autodeterminazione vale poco o niente e le scelte relative al fine vita sono tuttora appese al sottile filo dell’intervento della Corte costituzionale del 2019, quando con la Sentenza n. 242 la Consulta ha stabilito la non punibilità di chi agevola il suicidio di una persona, dichiarando l’illegittimità dell’art. 580 del Codice penale solo quando il soggetto che viene ‘aiutato’ sia affetto da una patologia irreversibile con prognosi infausta, soffra in modo fisico o psicologico intollerabile, venga tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, sia pienamente capace di intendere e volere e abbia avuto accesso (o abbia rifiutato) al percorso delle cure palliative. Il supporto medico all’atto suicidario deve avvenire sotto il controllo del Servizio Sanitario Nazionale. Nello stesso senso il nostro giudice delle leggi si è pronunciato con la Sentenza n. 135 del 2024 e con la più recente Sentenza n. 66 del 2025.
Così, mentre si attende l’intervento del Parlamento, la Corte si preoccupa di tutelare la ‘dignità’ del paziente imponendo un percorso ad ostacoli (basta riflettere sul requisito della “dipendenza da trattamenti di sostegno vitale”, quali ventilatori o nutrizione artificiale, sistemi di fatto spesso incompatibili con la contemporanea ‘piena capacità di intendere e volere’, come condizione necessaria per accedere al suicidio assistito, per comprendere l’intrinseca ipocrisia della nostra scelta) per poter abbandonare una vita che il soggetto stesso ritiene non più accettabile.
Ancora una volta, come spesso accade nel nostro Paese, a fare la differenza è la dignità, di cui emerge nella nostra legislazione, nella dottrina e nella giurisprudenza, un’interpretazione etero-guidata per cui si giustifica l’adozione di azioni limitative dei diritti, azioni che trasformano la tutela della dignità umana in una sorta di cavallo di Troia che introduce in modo paternalistico nei circuiti deliberativi della democrazia liberale “concezioni del mondo egemoni o prevalenti nella società in un dato momento storico”[1]. Ma invocare la dignità umana quale limite per vietare comportamenti, senza al contempo proteggere effettivamente nessun consociato, ma riducendo semplicemente l’autodeterminazione della persona, contrasta con l’assunto che pone la persona quale fulcro dello Stato. Vale la pena domandarci chi stia proteggendo l’ordinamento nel momento in cui impedisce alla persona di scegliere come e quando abbandonare una vita che non ritiene più ‘dignitosa’.
Le donne conoscono bene queste pressioni, da sempre sono soggette ad interventi volti a proteggerne la presunta dignità: va protetta la loro dignità messa a rischio dalla gestazione per altri, dalla prostituzione, dall’interruzione di gravidanza, insomma ogni volta che si tratta del corpo delle donne, del sesso delle donne e ancor più della funzione riproduttiva delle donne, le donne stesse sembrano incapaci di autodeterminarsi e la loro dignità necessita dell’intervento di terzi: padri, mariti, giudici e legislatori. Quando tutto quello di cui le donne (e non solo) avrebbero bisogno sarebbero Legislatori e Giudici neutrali e laici, poiché la laicità è un principio etico-costituzionale che definisce lo spazio della libertà di coscienza e, con essa, quello della dignità personale. Un ordinamento è laico non perché ignora le morali religiose, ma perché non ne assume alcuna quale fonte normativa vincolante, la laicità è la condizione giuridica della dignità e tutela la libertà della donna di scegliere secondo la propria coscienza, di autodeterminarsi, di costruire la propria identità morale senza coercizioni esterne, siano esse statali, religiose o culturali. In tal senso, la laicità è essenzialmente donna[2].
Ecco perché una costituzionalista laica che crede decisamente nella capacità di autodeterminazione ha deciso di celebrare queste due donne libere e indipendenti, donne capaci di autodeterminarsi e scegliere come vivere e come morire.
[1] Cfr. P. Ridola, I diritti fondamentali e le Corti in Europa, Seminario su La dignità umana, in S. Panunzio (a cura di), I costituzionalisti e la tutela dei diritti nelle corti europee. Il dibattito nelle riunioni dell’Osservatorio costituzionale presso la Luiss Guido Carli dal 2003 al 2005, Padova, 2007, 69 ss.
[2] Cfr. il bellissimo libro di M. D’Amico, La laicità è donna, Roma, 2013.
*Professoressa associata di Istituzioni di Diritto Pubblico e Diritto delle Pari Opportunità, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali – Università di Bologna

